Ma ecco che all’alba del 9 aprile, Maria di Magdala non si rassegna: «nel giorno dopo il sabato si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio». Essa non va per ungere il cadavere (cf. Mc 16,1), ma è spinta solo dall’amore per quel Gesù che l’aveva liberata da «sette demoni» (cf. Lc 8,2) e restituita alla vita piena, un amore tale da non arrestarsi neppure di fronte alla morte. Maria va alla tomba quando ancora c’è tenebra: è buio non solo intorno a lei ma anche nel suo cuore, velato dalla tristezza e dalla non-fede nell’inaudito, nell’evento della resurrezione… Ed ecco la novità sconcertante: «Vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro». Essa è smarrita e la sua reazione immediata è quella di pensare a un trafugamento del cadavere; lo testimoniano le parole che rivolge a Pietro e al discepolo amato al termine di una corsa affannosa: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». La sua umanissima relazione affettiva con il Signore non è sufficiente per condurla alla fede nella resurrezione. Qui finisce la prima parte della sua vicenda, ma la ritroveremo poco più avanti «vicino al sepolcro» (Gv 20,11), mentre piange e persevera nella ricerca del corpo morto di Gesù, che le si rivela quale Risorto chiamandola per nome: «Maria!» (Gv 20,16).
Nel frattempo possiamo chiederci: e noi come ci poniamo di fronte al sepolcro vuoto? Crediamo alla resurrezione di Gesù? Siamo accompagnati in questa domanda anche da Pietro e dal discepolo amato che, spinti dalle parole di Maria, corrono al sepolcro: «Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro». Forse è l’amore di predilezione ricevuto su di sé a renderlo più veloce, perché all’amore si risponde con l’amore che non indugia… «Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò»: egli attende Pietro, lascia entrare per primo chi per volontà del Signore godeva di un primato nel gruppo dei Dodici. Pietro allora «entrò nel sepolcro e osservò le bende per terra e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte»: osserva tutto con precisione, ma neppure il suo sguardo razionale e preciso è sufficiente a cogliere il mistero. Anche lui, per ora, rimane nelle tenebre dell’incredulità.
«Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette». Cosa ha visto? Nessun oggetto specifico: è l’assenza stessa che, riempita dall’amore, diventa per lui evocatrice di una Presenza. Del resto Gesù l’aveva promesso: «Chi mi ama sarà amato dal Padre mio, anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui» (Gv 14,21); e così nell’amore che lo lega a Gesù, il discepolo amato comincia a intuire e a lasciar spazio nel proprio animo alla novità compiuta da Dio… Ma per il salto decisivo della fede, per vedere la vita nel luogo della morte, occorre credere alla testimonianza della Scrittura: accostata al vuoto della tomba, la Scrittura la riempie di una Parola che è all’origine della resurrezione, perché è la Parola stessa del Dio della vita. Ecco l’inizio della fede pasquale, che troverà la sua pienezza con il dono dello Spirito capace di illuminare le menti, aprendole all’intelligenza della Scrittura (cf. Lc 24,45): l’amore per Gesù e la comprensione in profondità della Scrittura si completano a vicenda nel condurre alla fede nella resurrezione…
È sulla fede nella vittoria di Gesù Cristo sulla morte che si gioca lo specifico del cristianesimo. Ha scritto l’apostolo Paolo: «Se Gesù Cristo non è risorto, vana allora è la nostra fede … e i cristiani sono da compiangere più di tutti gli uomini» (1Cor 15,17.19). Sì, questo è il senso della grande festa di Pasqua e, insieme, il debito che i cristiani hanno verso gli altri uomini, la speranza che possono offrire agli uomini tutti: ormai la morte non è più la parola definitiva, ma è solo l’esodo da questo mondo al Padre, che ci richiamerà tutti a vita eterna…
Enzo Bianch

Visite: 1078